TechSoup Incontra. Un aperitivo con Anna Puccio e Maria Cristina Ferradini

Written by TechSoup Italia on July 18, 2017

La prima stagione del format "TechSoup Incontra. Un aperitivo con...", inaugurato a febbraio con uno stimolante dialogo con Carlo Mango e David Casalini, e proseguito a marzo con l’incontro con Francesca Fedeli, Founder dell'Associazione Fight the Stroke, e Alfredo Scarfone, Board Member di TechSoup Italia, si è conclusa lo scorso 15 giugno con una serata tutta al femminile, che ci ha offerto l’interessantissimo punto di vista di due donne alla guida di due fra le maggiori fondazioni di erogazioni italiane:

 

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Maria Cristina Ferradini, Managing Director di Fondazione Vodafone Italia, e Anna Puccio, CEO di Fondazione Italiana Accenture.

Il dialogo è partito da una domanda ironica ma non troppo, che dava il titolo al terzo appuntamento di TechSoup Incontra: "E' un'impresa essere una Fondazione?".

La risposta di Anna Puccio di Fondazione Accenture alla nostra domanda è stata immediata: certo che è un’impresa essere una Fondazione!

Grazie ad Anna, già manager di lungo corso nell’ambito Profit, abbiamo capito meglio la natura di una fondazione, che si configura come un’organizzazione autonoma e indipendente e un’impresa allo stesso tempo, chiamata a rispettare la mission data dal suo fondatore. Come un’impresa, la fondazione deve trasformare la sua mission in strategia e realizzare un piano operativo verificabile in corso d’opera tramite indicatori chiave (KPI), a partire da obiettivi specifici definiti a priori, proprio come un’impresa.

A questo punto abbiamo chiesto alle nostre ospiti: perché un’azienda decide di fare una fondazione?

Tutto nasce dall’esigenza dell’azienda – ha risposto Anna Puccio - di poter avere una seconda voce, assolutamente non profit, all’interno di un ecosistema complesso, per realizzare un impatto sociale a partire però dallo stesso sistema valoriale che costituisce l’azienda.

La natura di una fondazione – ha aggiunto Maria Cristina Ferradini, Managin Director di Fondazione Vodafone – prevede che essa riceva dal suo fondatore un patrimonio secondo la logica della valorizzazione del capitale, allo scopo di ricostruire un valore che sia almeno pari all’investimento, anche se in genere la fondazione dispone di risorse organizzative che non sono all’altezza del compito.

Per questo fare fondazione è molto più difficile che fare impresa, perché implica una grande capacità di innovazione, di comprensione dell’impatto sociale che si vuole ottenere e di capacità di realizzare cose che ancora non esistono. L’impegno richiesto è molto superiore quindi, anche perché la fondazione ha un’enorme responsabilità: il fallimento di una fondazione significa sperperare un capitale investito per creare valore sociale.

Inoltre, nel caso di Fondazione Vodafone, gli obiettivi sociali dell’impresa sono completamente indipendenti da quelli della fondazione, e quest’ultima non dovrà mai essere un braccio operativo o commerciale dell’impresa, ma rispondere a bisogni sociali indipendenti dagli obiettivi commerciali.

Ma cosa fa, concretamente, una fondazione?

La domanda è stata un’occasione per ascoltare i racconti di Anna e Maria Cristina su alcuni bellissimi progetti finanziati e sostenuti dalle loro fondazioni, che hanno fatto luce anche sui criteri con cui una Fondazione individua le tematiche sociali e i bisogni che sceglie di sostenere, e l’impatto che questi progetti possono avere sulla società: dalla lotta al disagio di Fondazione Accenture grazie al welfare di comunità, al turismo sociale o allo sviluppo territoriale, ai progetti sulla digitalizzazione dei giovani e del Non Profit.

A proposito di digitalizzazione, che impatto può avere la digital transfromation nel sociale?

Il digitale è per Fondazione Accenture un contenuto imprescindibile, allo stesso livello della creazione di posti di lavoro. Una ricerca condotta nel 2013 dall’Università di Tor Vergata sul Terzo Settore italiano aveva infatti messo in luce come il 30% del Non Profit “produttivo” (cooperative o imprese sociali) fosse già digitalizzato, e il 70% di esso aveva capito che doveva fare questo passo verso la digitalizzazione.

Il problema è che in Italia ci sono ancora moltissime realtà associative o sociali che sono lontanissime dalla trasformazione imposta dalla rivoluzione digitale ormai in atto, e questo gap rischia di far uscire il Non Profit italiano, di per sé molto poco competitivo e individualistico, dal mercato. Il Terzo Settore ha il dovere, in questo momento storico, di guardare avanti e di avere una visione creativa sul futuro, altrimenti rischia di scomparire!

Il Non Profit infatti – ha sottolineato la Ferradini – è un mercato vero e proprio, che crea valore e posti di lavoro: è il terzo pilastro dell’economia, caratterizzato da una sua ricchezza, non solo valoriale. Dunque non è possibile non tener conto della rivoluzione digitale, ma è anzi doveroso accettare e applicare il cambiamento ed innovarsi, senza credere che avere un sito significhi digitalizzarsi…

Da dove iniziare per applicare il cambiamento?

La risposta di Anna Puccio è stata chiara e sintetica: far diventare innovativo il proprio modello di business (ovvero il modo in cui la propria organizzazione risponde ad un bisogno sociale) attraverso uno strumento tecnologico (non necessariamente digitale): questa è la vera INNOVAZIONE SOCIALE.

 

 

 

 

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